Questo è il post in cui si parla di organi, come scriverebbe Adamo, nel suo tipico e inconfondibile stile.
No, non intendo strumenti musicali.
Si tratta di una storia dolorosa e reale. E tuttavia, è una storia che va raccontata.
Ero pronto a passare un tranquillo sabato sera, a casa, da solo. Magari in compagnia di un libro.
Ho ricevuto una chiamata dalla Centrale Operativa CRI: servivano due autisti, per un trasporto organi. Urgente.
"Quanto urgente?"
"... ora"
"Dammi il tempo di vestirmi. Sto arrivando"
In dieci minuti sono in divisa e in sella allo scooter. L'aria è particolarmente fredda, ma quasi non me ne accorgo.
In poco più di quindici minuti sono in sede, il collega di turno mi spiega la situazione, prendo il mezzo adibito a "trasporto organi" e via, di corsa al policlinico.
Da questo momento in poi mi tocca il ruolo del corriere espresso. Compresa l'attesa, prima al policlinico, per l'equipe, e poi al Garibaldi.
Di certe cose ci si rende conto solo ... facendone parte. Divento un ingranaggio di una macchina grande e, tutto sommato, efficiente.
Non mi disturba particolarmente questo tipo di attività. Non sono il tipo da tirarmi indietro, nemmeno in ospedale, se c'è da accompagnare un paziente, o spostare una barella.
Recapito la mia equipe, con i contenitori al seguito, al Garibaldi, e comincia l'attesa. La sala operatoria è una di quelle annesse alla chirurgia d'urgenza. Questo significa che noi che aspettiamo fuori, ci troviamo proprio all'esterno del pronto soccorso.
Le ore vengono scandite dai caffè. Questa volta, venendo meno l'urgenza, mi accorgo del freddo. Continuo a bere caffè e camminare.
Il tempo passa. Chiacchiere occasionali con qualcuno che aspetta nella sala d'attesa, con il mio collega responsabile della equipe cardiochirurgica. Un paio di sms.
Il pronto soccorso, sabato notte, è il posto in cui meno si rischia di annoiarsi.
Preannunciato dalla sirena, arriva uno dei mezzi del 118. Scende A., un caro amico che non vedo da anni. Abbiamo fatto servizio assieme (sabato notte!) per parecchio tempo su una delle ambulanze medicalizzate.
A. è uno degli infermieri professionali più bravi che conosca.
Passiamo un po' di tempo a raccontarci le rispettive novità, prima che li chiamino di nuovo (e poi di nuovo, di nuovo... è sabato notte...).
Tra una cosa e l'altra, parliamo anche dell'espianto in corso.
Una donna ascolta i nostri discorsi. Si fa più vicina, e ci comincia a raccontare. Quello da cui stanno espiantando cuore, reni, fegato, cornee, è suo figlio.
Mi colpisce di questa donna il dolore composto. Forte.
In tanti anni di frequentazione del pronto soccorso, ho avuto modo di vedere il dolore in tutte le sue espressioni. Devo riconoscere che qui in Sicilia, in genere, prevale la manifestazione "corale". Sono le radici greche.
Ci sono famiglie che piangono insieme, attorniate da amici, conoscenti, persino vicini.
Corale.
Questa donna invece, piange da sola, in silenzio.
Ogni tanto fuma e scambia qualche parola con noi.
Il marito, accanto a lei è letteralmente reso muto dal dolore.
Come è successo tante altre volte in passato, mi rendo conto che il ruolo semplice di corriere espresso non mi basta.
Queste persone vogliono un po' di conforto, vogliono spiegazioni, vogliono che la pratica chirurgica di espiantare degli organi diventi una cosa umana e personale. Vogliono sapere cosa succederà esattamente agli organi del figlio, quando, dove, come.
E vogliono essere ascoltate.
Mi rendo conto che è stato fatto poco per curare questo aspetto del problema.
Siamo a Catania, non credo che nessuno abbia mai pensato a fornire un servizio di supporto psicologico per casi come questo.
I medici che hanno chiesto loro il consenso per l'espianto, in questo momento sono in sala operatoria e non possono parlare con i familiari.
Queste persone sono lasciate qui "sole", e non chiedono altro che conforto e qualche informazione.
E' il momento di assumere un ruolo diverso, di tirare fuori il Volontario di Croce Rossa e laureando in medicina, e parlare con loro. Fa male assistere a questo dolore, ma cos'altro posso fare?
Passo buona parte della notte a spiegare. A rassicurarli che si, hanno fatto la cosa giusta permettendo l'espianto. Che si, questo aiuterà diverse altre persone.
Dico loro che il figlio non ha davvero smesso di vivere nel momento in cui il suo cuore permette ad un'altra persona di sopravvivere. Lo stesso il fegato, i reni.
In occasioni come questa le parole hanno lo stesso valore di un farmaco. Mi rendo conto del loro effetto, mano a mano che il tempo passa.
Elaborazione del lutto. Richiede tempo, ma spero che questa conversazione possa essere d'aiuto.
Mi rendo conto che è servito a qualcosa, nel momento in cui la madre ci chiede un favore. Una richiesta semplice, non vedo perchè non si possa fare.
Vuola salutare quella parte di suo figlio che sta andando via. Ci chiede di poter salutare i contenitori con gli organi, prima che i mezzi comincino la corsa verso le rispettive destinazioni.
Per ognuno dei contenitori, lei si avvicina in silenzio, poggia la mano sul contenitore e mormora un saluto.
Sono quasi le sette del mattino quando rientro in sede. Un altro equipaggio è quasi pronto a darci il cambio, rimangono da trasfeire le cornee ed il secondo rene. Torno a casa, ma continuo a pensare a quel saluto.
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